L’irruenza del Brenta: una storia di deviazioni
Più volte si è citata l’estrema forza delle acque del Brenta che non riusciva a essere domata nonostante continui impressionanti lavori di contenimento, e che periodicamente affliggeva la campagna, portando devastazioni e insalubrità. Il problema poi non era soltanto legato ai possedimenti in terraferma, ma anche alla laguna stessa che, vista la posizione della foce del Brenta e l’inevitabile bradisismo, rischiava l’interramento.
Un primo tentativo dei veneziani di risolvere la questione alla metà del Quattrocento fu proposto da Marco Cornaro, il quale avanzava l’idea, non poi concretata, di diminuire il flusso dell’acqua tagliando il Brenta a Stra e deviandone il corso verso il sud della laguna. Nel 1507 la Serenissima avviava, su progetto di Alessio di Aleardi, la costruzione della Brenta Nova, tagliando il Brenta e facendolo confluire assieme al Bacchiglione verso Chioggia.
A tale progetto si era opposto con forza Fra’ Giovanni Giocondo che considerava l’intervento rischioso sia per la sua poca pendenza, sia per la concentrazione di troppe acque nel medesimo canale, preoccupazioni che si manifestarono ben presto e che costrinsero Venezia a sollevare nuovi progetti negli anni ’40 e ‘50 del Cinquecento. Fu Cristoforo Sabbadino il strenuo difensore di un nuovo taglio del corso del nostro fiume almeno all’altezza di Strà e di una nuova deviazione di tutti i corsi d’acqua dell’entroterra verso gli estremi nord e sud della laguna, per risolvere definitivamente il pericolo per Venezia. Anche in questo caso la sua voce non fu ascoltata.
Nel 1610 si terminava la costosa costruzione del Brenta Novissima che da Mira divergeva verso Lugo e Lova per sfociare a nord di Chioggia.
Continue spese, continua pressione fiscale, continui malcontenti. Nuove inondazioni e nuovi progetti caratterizzarono ancora tutto il Sei e Settecento e si dovrà attendere la fine della Serenissima per l’attuazione di un progetto valido di risistemazione della nostra Riviera.[11]
Il piano di Angelo Artico che prevedeva una diversione del Brenta da Stra a Corte fu approvato nel 1792 ma non vide la luce a causa della caduta di Venezia sotto il dominio napoleonico. In conseguenza ad una spaventosa rotta del Brenta del 1839, fu scavata tra 1852 e 1859 la Cunetta che collega Strà con Corte, secondo i piani di Paleocapa e Fossombroni.[12]
Lungi dall’essere l’ultimo programma d’intervento, questa terra rimane ancora oggi talora minacciata dall’impetuosità di quelle stesse acque che sono alla base della sua storia economica e culturale.
Un primo tentativo dei veneziani di risolvere la questione alla metà del Quattrocento fu proposto da Marco Cornaro, il quale avanzava l’idea, non poi concretata, di diminuire il flusso dell’acqua tagliando il Brenta a Stra e deviandone il corso verso il sud della laguna. Nel 1507 la Serenissima avviava, su progetto di Alessio di Aleardi, la costruzione della Brenta Nova, tagliando il Brenta e facendolo confluire assieme al Bacchiglione verso Chioggia.
A tale progetto si era opposto con forza Fra’ Giovanni Giocondo che considerava l’intervento rischioso sia per la sua poca pendenza, sia per la concentrazione di troppe acque nel medesimo canale, preoccupazioni che si manifestarono ben presto e che costrinsero Venezia a sollevare nuovi progetti negli anni ’40 e ‘50 del Cinquecento. Fu Cristoforo Sabbadino il strenuo difensore di un nuovo taglio del corso del nostro fiume almeno all’altezza di Strà e di una nuova deviazione di tutti i corsi d’acqua dell’entroterra verso gli estremi nord e sud della laguna, per risolvere definitivamente il pericolo per Venezia. Anche in questo caso la sua voce non fu ascoltata.
Nel 1610 si terminava la costosa costruzione del Brenta Novissima che da Mira divergeva verso Lugo e Lova per sfociare a nord di Chioggia.
Continue spese, continua pressione fiscale, continui malcontenti. Nuove inondazioni e nuovi progetti caratterizzarono ancora tutto il Sei e Settecento e si dovrà attendere la fine della Serenissima per l’attuazione di un progetto valido di risistemazione della nostra Riviera.[11]
Il piano di Angelo Artico che prevedeva una diversione del Brenta da Stra a Corte fu approvato nel 1792 ma non vide la luce a causa della caduta di Venezia sotto il dominio napoleonico. In conseguenza ad una spaventosa rotta del Brenta del 1839, fu scavata tra 1852 e 1859 la Cunetta che collega Strà con Corte, secondo i piani di Paleocapa e Fossombroni.[12]
Lungi dall’essere l’ultimo programma d’intervento, questa terra rimane ancora oggi talora minacciata dall’impetuosità di quelle stesse acque che sono alla base della sua storia economica e culturale.
NOTE
[11] Per sintesi si cita solamente SALVATORE CIRIACONO, Ingegneria idraulica e pratica territoriale in età venezian, in BONDESAN, CANIATO, GASPARINI, VALLERANI, ZANETTI, Il Brenta… cit., pp. 239-254.
[12] Cfr. FRANCESCO VALLERANI, La riorganizzazione ottocentesca del basso corso, in ivi, pp. 343-357.